#Extra: "Parlando del naufragio della London Valour" di Fabrizio De Andrè


Oggi ricorre il 21esimo anniversario della scomparsa del grande Fabrizio De Andrè.

Voglio ricordarlo con una delle canzoni più criptiche, affascinanti e ancora attuali della sua produzione musicale: "Parlando del naufragio della London Valour", dal disco "Rimini", pubblicato 42 anni fa.

Leggiamo dalla wikipedia il fatto storico che ispira De André:

Il naufragio della London Valour è una tragedia marittima avvenuta a Genova il 9 aprile 1970. Il mercantile London Valour, battente bandiera del Regno Unito, naufragò a seguito di una concomitanza di eventi, sicuramente definibili catastrofici. La sciagura si consumò all'imboccatura del porto di Genova: il cargo affondò a poche decine di metri dall'ingresso nello scalo marittimo, dopo aver urtato contro gli scogli a protezione della diga frangiflutti, a causa di una forte mareggiata. Nel disastro persero la vita venti membri dell'equipaggio, in gran parte di nazionalità indiana e filippina.

Ovviamente il "naufragio" è una metafora profonda. Molti hanno letto in essa il fallimento della protesta sessantottina (tema centrale di "Coda di Lupo", altro brano di "Rimini"), in realtà, come riportato da Walter Pistarini nella sua pregevole opera "Fabrizio De André - Il libro del mondo", è lo stesso autore a spiegare in modo chiaro il tema della canzone:

Erano tutti piccoli borghesi quelli che partivano in macchina da piazza De Ferrari per andare a vedere la tragedia al porto. E' un altro episodio che mette a nudo i sentimenti di quella gente carogna. Per un cioccolatino in più si è disposti a sgozzare il vicino. Anche io sono un piccolo borghese: solo che io lo so, purtroppo me ne rendo conto.

Il tema è di grande attualità: ancora oggi il luogo di una tragedia (un incidente stradale ad esempio) stuzzica il voyeurismo dei curiosi.  De Andrè descrive quattro personaggi che si trovano sul luogo della tragedia, intenti a sfogare questo loro voyeurismo. Ma in questi quattro personaggi ci possiamo rispecchiare anche noi.

L'analisi del testo

I marinai foglie di coca
Digeriscono in coperta
Il capitano ha un amore al collo
Venuto apposta dall'Inghilterra
Il pasticcere di via Roma
Sta scendendo le scale
Ogni dozzina di gradini
Trova una mano da pestare
Ha una frusta giocattolo
Sotto l'abito da tè

L'amore al collo del capitano venuto apposta dall'Inghilterra è un riferimento alla moglie del capitano della London Valour, appunto di origine inglese. Il pasticcere di Via Roma è invece il primo "piccolo borghese" che incontriamo: la frusta giocattolo sotto l'abito da tè è un riferimento alle perversioni sessuali di certi piccoli borghesi (la frusta è appunto utilizzata in pratiche di sesso sadomaso), contraddizione con l'immagine che vogliono dare di se stessi (il prendere il te' è abitudine dell'alta borghesia, non a caso è un rito che nasce nella corte della regina inglese). Anche noi spesso nascondiamo "scheletri nell'armadio", cercando di dare agli altri un'immagine diversa, migliore, di noi. Mentre dovremmo essere sempre noi stessi.

E la radio di bordo
È una sfera di cristallo
Dice che il vento si farà lupo
Il mare si farà sciacallo
Il paralitico tiene in tasca
Un uccellino blu cobalto
Ride con gli occhi al circo Togni
Quando l'acrobata sbaglia il salto

Il secondo personaggio che De Andrè descrive, intento a osservare le conseguenze della tragedia, è un paralitico, che tiene in tasca un uccellino blu cobalto morto, gesto di una grande crudeltà. Un personaggio negativo: il voyeurismo si nasconde anche in persone insospettabili. Possiamo immaginare che il paralitico, condannato all'immobilismo da un destino sfortunato, provi soddisfazione nel vedere quando altre persone sono alle prese con il fato avverso. Suggestiva l'immagine dello spettatore che gode per il fallimento dell'acrobata: in genere ogni spettatore paga il biglietto di uno spettacolo per vedere un'esibizione perfetta e ci si emoziona davanti alla perfezione; chi paga per andare a vedere un cantante stonare o un ballerino scoordinato? Ma nell'uomo è insita l'invidia. E il cantante che stona, sotto sotto, ci fa stare meglio...Un po' come quando leggiamo le disgrazie del vip di turno.

E le ancore hanno perduto
La scommessa e gli artigli
I marinai uova di gabbiano
Piovono sugli scogli
Il poeta metodista
Ha spine di rosa nelle zampe
Per far pace con gli applausi
Per sentirsi più distante
La sua stella si è oscurata
Da quando ha vinto la gara
Di sollevamento pesi

Il terzo personaggio è un poeta metodista. Tutti noi potremmo essere questo personaggio. In concreto è simbolo dell'artista che insegue la competizione ("la gara di sollevamento pesi") invece di trovare piena soddisfazione nell'esprimere la propria vocazione artistica. Ma se all'artista sostituiamo la parola persona, tutti noi possiamo diventare quel poeta metodista. Nella vita infatti ci mettiamo in competizione con gli altri per inseguire il consenso: gli applausi, cioè il consenso e il riconoscimento da parte degli altri, ci trasmettono tranquillità e pace, mentre le "spine di rose" sono gli aspetti della nostra vita che ci fanno soffrire (d'altro canto la vita non è solo spina: ma anche...rose).

E con uno schiocco di lingua
Parte il cavo dalla riva
Ruba l'amore del capitano
Attorcigliandole la vita
Il macellaio mani di seta
Si è dato un nome da battaglia
Tiene fasciate dentro il frigo
Nove mascelle antiguerriglia
Ha un grembiule antiproiettile
Tra il giornale e il gilè

Il cavo dalla riva è un riferimento invece alla teleferica che fu impiegata nel tentativo di salvare l'equipaggio, trasportandolo a terra. La moglie del capitano infatti cadde da questa teleferica, sbattendo fatalmente contro gli scogli.  Precisato ciò, il quarto personaggio è invece, a mio parere, il peggiore di tutti. E' un politico. Pistarini, nel suo libro, evidenzia: "Il macellaio rappresenta lo stereotipo di certi politici in voga in quegli anni che creavano tensione sociale. Che si comportavano da macellai e come i macellai volevano avere sempre le mani pulite, lisce come la seta. Erano in assetto antiguerriglia ma spesso la guerriglia faceva loro comodo". Come evidenzio spesso, i politici tanto invisi al popolo italiano altro non sono che la rappresentazione delle poche virtù e dei tanti vizi del popolo che li elegge. Il nostro lato politico è praticamente il lato peggiore. La razionalità, priva di quella semplicità fondamentale a evitare che la razionalità stessa prenda il totale sopravvento e i ragionamenti diventino nevrotici e cervellotici, diventa calcolo e macchinazione. Il giubbotto antiproiettile non tanto ci ripara dai colpi degli altri: ma "scherma" il nostro cuore, blocca i nostri sentimenti positivi. La mascella antiguerriglia è il nostro dare sfogo agli istinti, perdendo la semplicità, ma anche la stessa razionalità. Oggi sono i social il mezzo in cui sfoggiamo le nostre mascelle antiguerriglia da guerriglia. Tutti noi abbiamo le nostre mascelle da guerriglia nel nostro frigo; siamo uomini, nei momenti di rabbia pensiamo cose sgradevoli. I social mettono su carta (virtuale) questi momenti di rabbia, trasformando delle esternazioni estemporanee in sentenze. Ed ecco che si sviluppa un'ulteriore guerriglia, tra "pro" e "contro". Sui social siamo tutti periti, consulenti, giudici.

E il pasticciere e il poeta e il paralitico e la sua coperta
si ritrovarono sul molo con sorrisi da cruciverba
a sorseggiarsi il capitano che si sparava negli occhi
e il pomeriggio a dimenticarlo con le sue pipe e i suoi scacchi
e si fiutarono compatti nei sottintesi e nelle azioni
contro ogni sorta di naufragi o di altre rivoluzioni
e il macellaio mani di seta distribuì le munizioni.

Nella strofa conclusiva i protagonisti sono sul molo ad assistere al suicidio del capitano (disperato per la morte della moglie, caduta sugli scogli), per poi, nel pomeriggio, tornare alle loro vuote e futili occupazioni. Non c'è pietà per persone uccise in modo tragico: tutto dimenticato. Come avviene oggi, nei giorni delle grandi tragedie: tutti a fermarsi un istante per esprimere il proprio cordoglio, ma poi in concreto non viene fatto nulla per cambiare le cose in meglio. Obietterete: di fronte a un attentato, cosa può fare il singolo cittadino? Niente! Ma riflettete un attimo: un attentato non è espressione massima dell'odio e della malvagità? Noi non faremo mai attentati, ma l'odio non è assente dalle nostre vite. L'odio certo non possiamo eliminarlo, come tutti i sentimenti negativi che fanno parte di noi, ma possiamo contenerlo, ridurlo, soffocarlo. E invece ci chiudiamo nel nostro "orticello", con le pipe e gli scacchi, facendo nostra la lezione del Candido di Voltaire, lontano da ogni sorta di naufragi (sperando cioè di non dover fare i conti con il destino avverso) e da ogni rivoluzione. La rivoluzione, cioè il cambiamento, contro la società che ci trasforma uno nel nemico dell'altro per competizione, che stuzzica i nostri sentimenti negativi (gli stessi media, di cui faccio parte, alimentazioni situazioni per stuzzicare questi sentimenti negativi), che trasforma in simboli di bene o male mediocri macellai mani di seta, che impone regole sociali superflue. Ci chiudiamo nel nostro "orticello" al riparo dalla rivoluzione più importante: la rivoluzione dell'Amore, quella che ha insegnato Gesù Cristo, definito da De André, non a caso, il più grande rivoluzionario della storia. Non a caso, nel "Testamento di Tito", il ladrone, "nel vedere quest'uomo che muore", prova dolore e pietà, ma soprattutto impara l'Amore. Al contrario il paralitico, il pasticciere, il macellaio e il poeta, davanti alla morte, danno sfogo solo al proprio voyeurismo, dimenticando poi tutto in poco tempo, per tornare alle proprie occupazioni.

Commenti

  1. Bellissimo questo post. Da leggere e rileggere.

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    1. Grazie :) lo ho appena ampliato nella parte conclusiva!

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  2. Di De André ho sempre apprezzato la poetica e questa canzone non è da meno, anche se non la conoscevo.
    Bello che tu l'abbia ricordato :)
    Un abbraccio.

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    1. Oggi sì, niente calcio, ma solo il ricordo del mio cantautore preferito :)

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  3. La metafora è difficile da interpretare.

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    1. Molto. Ma il libro di Pistarini mi ha aiutato molto :)

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  4. Non parlarmi di voyeurismo dei curiosi che divento una iena, e tu sai perché.
    Non ricordavo che De Andrè fosse morto l'11 gennaio.
    Hai fatto bene a ricordarlo, anche se è un artista che non riesco ad apprezzare, ma soltanto perché per ragioni anagrafiche, non lo conosco.

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    1. "Lontani dai naufragi". Infatti pensavo proprio a te. Chiedere i dettagli della tragedia è voyeurismo, ma anche modo - sbagliato - per esorcizzare la paura di essere coinvolto "nel naufragio".

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  5. Complimenti, un bel modo di ricordare Faber, e un'analisi del pezzo veramente da vero giornalista musicale (anzi, meglio). Aggiungo solo che a scriverla, insieme a De André, è stato il mio amico Massimo Bubola, che in quel periodo lavorò intensamente assieme a lui a un bel numero di canzoni.

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    1. Grazie per aver apprezzato :).
      Vero, Bubola ha meriti immensi nella splendida produzione di De André.

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  6. Mio papà aveva la cassetta di Rimini che ascoltavo in continuazione...questa canzone, inutile anche dirlo, è una vera e propria poesia

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    1. Disco bellissimo, lo amo soprattutto per questo pezzo e per Coda di lupo :)

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  7. Non la conoscevo...come del resto non conosco tutta l’immensa produzione di De Andre’.
    Intanto complimenti per la profonda analisi che hai fatto del testo..che potrei aggiungere?
    De Andre’ ha usato delle metafore per descrivere certi comportamenti sgradevoli insiti negli esseri umani , per natura .
    Il sadismo non è solo un esclusiva di quei personaggi che vanno ad assistere al naufragio e alla morte di quelle persone per così dire in diretta.
    È sadica a mio avviso pure la curiosità morbosa che ci inculcano i media.
    Solo guardare un telegiornale ...seguire certi avvenimenti che ti fanno inorridire e però la tua curiosità ti spinge a sapere a indagare ..credo sia insito nella natura umana.
    Tempo fa nel blog di Ivano Landi , Alessia HV del blog Sicilianemente ha scritto un buon articolo a mio avviso sulla responsabilità mediatica sul sadismo della gente .
    Il Voyerismo ..l’osservare gli altri di nascosto o meno è una forma di sadismo.
    Alessia scriveva che vedere la violenza degli altri su gli altri in un certo senso “serve” a reprimere quella che abbiamo noi e che non saremmo mai in grado di mettere in opera “dal vivo”.
    Pensa solo al turismo “macabro” o non so come definirlo con altri aggettivi?
    Quanti son andati a veder a suo tempo e continuano a farlo l’isola del Giglio dove c’è stato il naufragio della Costa Concordia o al tg addirittura han detto che c’è gente curiosa che va a visitare i posti ad Avetrana dove hanno ucciso la povera Sara.
    Non penso che siano tutti subdoli e viscidi come i personaggi che racconta De Andre ‘.
    Però quel tipo di curiosità morbosa fa parte del dna umano.
    Ciao

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    1. Esattamente: la curiosità morbosa fa parte di noi. Infatti De Andrè fa anche mea culpa, dicendo di essere lui stesso un piccolo borghese. De Andrè, quando scriveva canzoni, metteva in gioco anche se stesso...non era un osservatore da un punto di vista privilegiato..era oggettivo e soggettivo allo stesso tempo.
      Come dico spesso, tutti noi abbiamo sentimenti negativi dentro, anche noi facciamo "cattive azioni". Sta a noi reprimere i primi e limitare le seconde.
      Il fatto di chiudersi nel proprio orticello, al riparo dai naufragi, è in fondo proprio atteggiamento nell'indole umana. Ne parlavo con Claudia. Il fatto di chiedere dettagli su una tragedia non è solo voyeurismo: è un meccanismo di difesa perché cerchiamo di capire "se possa capitare anche a noi".
      D'altra parte l'individualismo fa parte dell'uomo. Noi in primis pensiamo alla nostra vita e alla nostra salute. Certo questo non significa non poter fare atti di generosità.
      L'uomo è imperfetto, ha difetti, ma anche splendidi pregi.
      Sul discorso dei media: è evidente che i media abbiano tante responsabilità. Io stesso ne faccio parte. Il condizionamento che i media fanno non è per forza subdolo od orientato su una parte politica piuttosto che verso un'altra.
      Il condizionamento spesso è "involontario", ma ugualmente forte.
      L'esorcizzare la violenza è un meccanismo reale, ma secondo me diverso da quello che dice Alessia. Io esorcizzo la violenza guardando film violenti, perché poi alla fine il film ti dà un messaggio: "Questa è la violenza. Sei sicuro di voler prendere questa strada?".
      Quando ci si informa sulla tragedia c'è una parte di naturale voyeurismo che se rimane in piccole dosi non è affatto un problema, ma soprattutto questo meccanismo di difesa, per capire se possa capitare anche a noi.

      Grazie per il tuo ottimo intervento Max!

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