Ritratti: il mito di Ronaldinho (di Claudio D'Aleo)



Le cifre dell’Immenso

Ronaldo de Assis Moreira, in arte Ronaldinho, è nato a Porto Alegre il 21 marzo del 1980. Alto 181 cm. pesava 80 kg. Ha giocato nel Gremio, nel PSG, nel Barcellona, nel Milan, nel Flamengo, nell’Atletico Mineiro, nel Queretaro e in ultimo nella Fluminense. A Barcellona ha giocato dal 2003 al 2008 collezionando 145 presenze e 70 gol. In “blaugrana” ha vinto 2 Scudetti (2004-2005; 2005-2006); 2 Supercoppe di Spagna (2005-2006); 1 Champions League (2005-2006). Ha vinto il Pallone d’oro nel 2005. Ha vinto Il Mondiale in Corea del Sud – Giappone con il Brasile nel 2002. Nel Milan ha giocato dal 2008 al 2011 realizzando 20 gol in 76 presenze. In rossonero, però, non diede mai quello che altrove riuscì a dare.


Il romanzo

Il “Gaucho” non è stato soltanto un grandissimo Fuoriclasse. Ronaldinho è stato, per nostra fortuna e per anni, gioia di vivere e di giocare al calcio. E’ stato felicità coniugata alla voglia di riscatto sociale che derivava da precedenti sofferenze. E’ stato “follia” mista a genialità, amore per la musica, per la “trasgressione”, per l’incostanza quando questa riesce a fare rima con “Arte”, con “godimento”. Ronaldinho è stato un grande calciatore; prosa e poesia al contempo. Ha incarnato durante il suo “Regno” tutti i tratti salienti di una inquietudine interiore che il buon Dio ha saputo trasformare in Arte pallonara, in movenze eleganti da conservare negli Annali del calcio, in patrimonio calcistico da custodire con cura a beneficio delle generazioni presenti e di quelle future. Ronaldinho è stato un Sovrano del calcio dei suoi tempi. Il Re incontrastato, il “dominatore” oseremmo dire. Ha deliziato e fatto sognare i tifosi di mezzo Mondo miscelando con maestria divertimento, fantasia, sorrisi. Il Ronaldinho migliore, quello esibitosi in casacca “blaugrana” a Barcellona, è stato un Fuoriclasse immenso che neppure il miglior Messi sarebbe riuscito in quegli anni ad eguagliare. Il suo gioco imprevedibile e geniale fatto di agilità, serpentine, forza fisica, veroniche, pallonetti, dribbling ubriacanti in velocità, visione di gioco, calci di punizione, rigori, scatti lungo le fasce laterali e aperture al bacio anche da 50 metri pronte a servire il compagno meglio piazzato, sono ancora oggi affreschi indelebili che nessuna forza al Mondo potrà mai cancellare. Ronaldinho non è stato soltanto un giocatore immenso. Ronaldinho è stato a più riprese il gioco del calcio, la sua “essenza”, l’imprevedibilità fatta calciatore. “Folle”, istintivo, geniale; agile come una pantera, preciso e spietato sottoporta come un attaccante da copertina, il “Gaucho” in forma sembrava davvero non potesse avere rivali. Pochi come lui al Mondo avevano le capacità di orientare il corso di una partita a proprio vantaggio e di deciderne le sorti. Pochi come lui potevano fregiarsi del “titolo”  di “uomo partita”. Lui incantava. Lui era “la” partita. E lo era ogni qual volta decideva di esserlo. Nessuno poteva intralciarlo; nessuno poteva limitarne il raggio d’azione. Era un “tsunami” inarrestabile. Quando si involava nella metà campo altrui, con quelle treccine lunghe e indomabili, sembrava una “squadra” nella “squadra”: trascinava tutti alla vittoria perché a lui non importava altro se non la vittoria. Lo fermavi solo se lo buttavi a terra. Era il dodicesimo uomo in campo. Giocava per due e talvolta anche per tre. Era il “fratellone” di ogni compagno e con ogni compagno divedeva le emozioni, i pianti e le gioie derivanti dalle gare.

Le famose imperscrutabili “lune”

Ci sono state partite, poche in verità, nelle quali il “Gaucho” sembrava non fosse in grado di orientarne le “vicissitudini” come solitamente era abituato a fare. Il tallone d’Achille del Fuoriclasse brasiliano è sempre stata l’incostanza, leggasi il carattere “turbolento”e “irrequieto”. Lui non gestiva le emozioni ma, al contrario, si faceva gestire da esse. E quando questo accadeva lui da uomo in più, vittima della sua genialità e del conflitto interiore che in lui si alimentava e contorceva, diventava quasi un peso per la squadra, un ostacolo per il conseguimento del risultato, un freno per se stesso. La sua vita fuori dal lavoro non è stata sempre inappuntabile. Genio e sregolatezza lo tormentavano tanto in campo quanto fuori. Vederlo giocare in “scioltezza” sia fisica che mentale era una delizia per palati importanti. Lui non giocava soltanto al calcio. Lui accendeva la luce in ogni Stadio. Lei era il sole a mezzanotte. Era il genio della “lampada” dei suoi allenatori, specie di Frankie Rijkaard, il suo mentore e trainer, il suo Maestro. Ronaldinho recitava, Ronaldinho, cantava, Ronaldinho suonava. Era in grado di dribblare più volte il suo avversario anche guardando dalla parte opposta. E’ stato soprannominato l’”elastico” perché era capace di iniziare e concludere da se stesso l’azione da gol. Segnava su punizione, su rigore, da calcio d’angolo, di testa, di piede. I suoi non sono stati mai gol “normali” ma gol “speciali” pur nella loro semplicità. Faceva segnare chiunque definendo le traiettorie più impensabili, le giocate più armoniose e inaspettate. Lui era Spettacolo. Crossava, rifiniva, verticalizzava; triangolava con tutti, pure col portiere, pure con se stesso e creava sempre superiorità numerica. Non ricordiamo un Fuoriclasse che ci abbia divertito più di Ronaldinho blaugrana. Il migliore tra tutti i “Ronaldinho” possibili. Il vero “inventore” del gioco del calcio e probabilmente di se stesso e dei suoi limiti.   


Il Mistero sparso ovunque

Tutto di Ronaldinho affascinava. Affascinavano quelle treccine che scarmigliate si involavano con lui disegnandone le gesta. Affascinavano i suo “dentoni”. Affascinava la sua proverbiale “spigolosità” che così tanto innervosiva arbitri e avversari fino quasi a sfidarli; affascinava il suo sorriso, l’irruenza fuori dal campo, quell’istintività diffusa un po’ sopra le righe che così tanto ne ha condizionato il rendimento nel rettangolo di gioco. Nulla di lui è stato controllabile o gestibile né da se stesso né da quanti lo hanno stimato e voluto  bene. Rendeva facili le cose difficili ma solo in partita. La sua vita al di fuori degli Stadi non è stata un esempio da seguire come quella da giocatore. E le cronache attuali, impietose, lo dimostrano, purtroppo, a tutto tondo. Sfiorava spesso la felicità salvo poi a distruggerla non appena intravista. Quasi non ci credesse. Quasi la felicità fosse l’unica cosa che non riuscisse a ottenere. Come se avesse timore di doverne pagarne sempre l’enorme prezzo.

Claudio D’Aleo

Commenti

  1. Risposte
    1. Un po' dimenticato per "colpa" di Messi e Ronaldo (che ovviamente gli sono superiori).

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  2. Un campionissimo, ma dalla vita alquanto travagliata..fa bene l'articolo a citare le "cronache attuali", se non sbaglio ora è addirittura in galera

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    1. Sì, per passaporto falso, se non sbaglio.
      Ha persino partecipato ad un torneo in carcere. :-P

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    2. Ma l'ha vinto (il torneo dei carcerati)? 😅

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    3. Ma la domanda é: in carcere sarà un po' dimagrito? 😁

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