Ritratti: Sandro Mazzola, campione atipico (di Claudio D'Aleo)


Sandro Mazzola è nato a Torino l’8 novembre del 1942. Alto 179 cm. pesava 74 Kg. Cresciuto calcisticamente nell’Inter vi ha giocato dal 1961 al 1977 realizzando 116 reti in 417 partite. Con l’Inter ha vinto 4 Scudetti (1962-1963; 1964-1965; 1965-1966; 1970-1971); 2 Coppe dei Campioni (1963-1964; 1964-1965) e 2 Coppe Intercontinentali (1964, 1965). Sempre con l’Inter, ma con la Primavera, ha vinto anche  un Torneo di Viareggio nel 1962. Nel 1971 si è classificato secondo, dietro l’immenso Joahn Cruyff, nella classifica del Pallone d’oro di quell’anno. E’ stato dirigente dell’Inter in due momenti differenti. Una prima volta tra il 1977 e il 1984. L’ultima tra il 1995 e il 1999 anno in cui lasciò l’incarico per essere sostituito dall’ex compagno di squadra Gabriele Oriali. Fu quello il suo addio all’Inter.

Il Pallone racconta

Sandro Mazzola nell’immaginario di ogni tifoso dell’Inter è sempre stato il giusto contraltare allo strapotere “mediatico” milanista profuso a quei tempi a piene mani da Gianni Rivera. Tra i due non è mai corso buon sangue calcisticamente parlando. Rivera era troppo “golden” per il Baffo interista  che a sua volta era troppo “bauscia” per il reuccio milanista. L’interista e il milanista si portavano appresso ad ogni partita  tutti i controsensi e i particolari della loro proverbiale rivalità. Quando non si “intercettavano” nel derby ci pensava la stampa a imbastire i motivi salienti della loro perenne “scontrosità”. Le vigilie della stracittadina milanese erano più “cruente” della sfida stessa. Il derby a Milano si giocava, come adesso, tutto l’anno. Il derby era il derby ma specialmente Rocco contro Herrera e Mazzola contro Rivera. Tante partite in una partita. Rivera incarnava il “prototipo” del “lord” inglese pur giocando tra i “casciavit” rossoneri. Mazzola era il “Cipputi” in maglia nerazzurra pur giocando nell’aristocratica Internazionale di Milano. Mazzola è stato per l’Inter quello che Rivera fu per il Milan. Il Baffo interista ebbe meno riconoscimenti personali rispetto al Golden boy milanista ma influì lo stesso in misura tangibile e indelebile nella Storia e nel Palmares dell’Inter. Mazzola è stato dirigente dei nerazzurri ai tempi di Ivanoe Fraizzoli ed Ernesto Pellegrini quando cioè l’Inter passò dal primo nelle mani del secondo (8 gennaio 1984). Amato da Fraizzoli meno da Pellegrini, Mazzola per tanti anni è stato l’Inter e non solo il figlio del grande Valentino. E per l’Inter ha sempre dato tutto se stesso e forse qualcosa in più.

Le qualità del grande Campione

Velocissimo, scaltro, atleticamente inappuntabile, agile, fresco e scattante come un ghepardo, Mazzola nelle giornate di grazia era letteralmente incontenibile.  Saltava l’uomo come se avesse davanti un birillo per poi proiettarsi a rete. Di testa non era granchè ma palla al piede non ce ne era per nessuno. O ti sbucava dal nulla in piena area di rigore e ti faceva gol, o lo vedevi partire da lontano senza che nessuno potesse fermarlo se non buttandolo giù. Mazzola era brio, estro, dribbling. Mazzola divertiva, creava superiorità numerica, verticalizzava, cercava il gioco di sponda, dribblava in velocità e ti nascondeva la palla. Vedeva il gioco dal suo punto di vista che era per metà quello di una mezzala, per l’altra quello di un attaccante. E proprio in questa “ambivalenza” fu racchiusa per molti analisti la grandezza di Sandro Mazzola. Fu i primo giocatore atipico della sua splendida era. Il primo “quasi” trequartista e “quasi” punta a far “innamorare” tifosi e critica ma soprattutto il grande “Mago” nerazzurro Helenio Herrera, il Josè Mourinho della prima Grande Inter “Morattiana” (Presidente, Angelo Moratti). Non fu facile, specie in un momento storico come quello in cui tutti, ma proprio tutti, al Baffo nazionale, preferivano il mitico Giacinto Facchetti. Ma Herrera era Herrera, riusciva ad “ammortizzare” anche le rivalità interne. E se il Mago si metteva in testa un progetto lo portava avanti senza problemi. Mazzola era troppo importante nello scacchiere tattico del Mago. Sandrino saltava l’uomo con destrezza e godeva di un gioco di gambe fulminante; disponeva di un buon tiro, segnava a e faceva segnare ma quando non era in giornata diventava un giocatore normale prestato agli avversari.

Nerazzurro ma anche azzurro

In Nazionale Mazzola ha giocato 70 partite segnando 22 gol. Nel 1968 fu tra i protagonisti dell'unico Campionato Europeo vinto dall'Italia, organizzato in casa e conquistato grazie alla vittoria nella finale contro la Jugoslavia. Due anni dopo, al Mondiale messicano del '70, l'Italia arrivò seconda, perdendo in finale contro il Brasile del grande Pelè per 4-1. Per tutto il Torneo tenne banco la rivalità tra Mazzola e Rivera, con i giornalisti divisi tra chi sosteneva la propensione al sacrificio in fase difensiva di Mazzola e chi, invece, amava l'eleganza di Rivera e non vi avrebbe mai rinunciato in nessuna partita, figuriamoci in un Mondiale. Il ct Ferruccio Valcareggi risolse il problema con una staffetta programmata e sviscerata “urbi et orbi” già prima del Mondiale, con Mazzola che di solito partiva dall'inizio e Rivera che gli subentrava nella ripresa. Una staffetta divenuta leggenda. Mazzola poi si sarebbe ritirato dal calcio nel 1977, per intraprendere la carriera da dirigente tra Inter, Genoa e Torino. Da dirigente, il Baffo nazionale, fu una meteora; da giocatore fu un grandissimo Campione e lasciò il segno. Guarda un po’ una “parabola” simile a quella di Gianni Rivera, il suo “rivale” di sempre.


Il Mito mette i baffi

Mazzola giocava da mezza punta e/o da trequartista per sfruttare al meglio lo scatto bruciante del quale era dotato. In pratica da uomo di regia, ruolo verso il quale si sentiva naturalmente predisposto, si trasformò poco per volta in finalizzatore del gioco altrui, quasi costretto ad assumere quel pizzico di egoismo in più che ogni «goleador» che si rispetti dovrebbe possedere per emergere dalla “massa”. Giocatore duttile e moderno dal tocco di palla vellutato e non indifferente, Sandro Mazzola iniziò la carriera come centrocampista per poi essere trasformato in attaccante da Helenio Herrera e vivere in quel ruolo i migliori anni della sua prestigiosa carriera. Successivamente, una volta maturato e abbandonati i bollenti spiriti tipici della età giovanile,  Mazzola tornò a giocare a centrocampo ma il meglio di sé l’aveva già dato esprimendosi da attaccante. Il Baffo spiccava per visione di gioco, classe e dribbling, ma anche per le doti caratteriali che lo resero prima un grande capitano e poi un buon dirigente della stessa Inter.


Mazzola dirigente

Nella primavera del 1982, l'anno che vide l'Italia di Bearzot trionfare in Spagna al Mondiale, le attenzioni degli esperti di mezzo Mondo si diressero su Michel Platini, giovanissimo astro nascente del calcio francese. Ne parliamo a proposito dell’acquisto da parte della Juventus del fuoriclasse francese. Sul giocatore, già considerato a 22 anni il miglior talento francese, si diresse a metà della primavera del 1978 l'Inter, tramite Sandro Mazzola, allora direttore generale dell’Inter. Il “Baffo” aveva strappato un'opzione al Nancy per portare il giocatore in nerazzurro. Erano ancora i tempi delle frontiere chiuse e per poter tornare a portare gli stranieri in Italia, uno per squadra, fu necessario attendere due anni. Platini, passato nel frattempo al Saint Etienne, si infortunò gravemente alla gamba destra. L'Inter non fu più convinta di portare il giocatore a Milano, ma volle lo stesso fare un ultimo tentativo organizzando un'amichevole a Cesena proprio con i francesi per valutare le condizioni fisiche di Michel. Il test non convinse i vertici nerazzurri. L’Inter preferì cambiare obiettivo comprando l’austriaco Herbert Prohaska, altro centrocampista di gran talento ma non certo un fuoriclasse come il fantasista francese. A inizio ’82, la Federcalcio italiana decise di raddoppiare gli stranieri per ciascun club di serie A. Fu a quel punto che entrò in scena la Juve: preso il polacco Zibì Boniek, un centrocampista d’attacco che segnava e faceva segnare, la Juve diresse le sue attenzioni su Michel Platini, in scadenza di contratto con il St. Etienne. Nel febbraio ’82, a Parigi si giocava Francia - Italia. Gianni Agnelli telefonò a Giampiero Boniperti, presidente della Juve dall’11 luglio ’71. Obiettivo di entrambi fu guardare la partita ma soprattutto Platini. Estasiati dalla prova del fuoriclasse francese, incontenibile quel giorno, i due decisero di acquistarlo facendo le fortune della Juve e dello stesso Platini. L’Inter rimase con il cerino acceso in mano. Un boccone amaro che non fu facile digerire.

Campione d’altri tempi ma sempre moderno

Mazzola è uno dei pochissimi Campioni del passato che si sarebbero potuti esibire egregiamente anche nel calcio “frenetico” di oggi. Era il turbo della sua Inter, il motore della squadra. Rapido nei movimenti, immarcabile nello “stretto”, spietato davanti al portiere. Segnava e faceva segnare. Era un fritto misto di dribbling, finte, serpentine, “veroniche”, fantasia e scatti in profondità. Un moto perpetuo. Mazzola e Rivera erano diversi in tutto pur giocando entrambi da trequartisti. Mazzola era un 10 più avanzato e con meno propensioni verso la fase di regia. Rivera fu un 10 più arretrato, molto abile in rifinitura a ridosso della trequarti ma con spiccate doti da “direttore d’orchestra”. Il milanista e il nerazzurro erano il “cane” e il “gatto”. O il “gatto” e la “volpe”, fate voi. Da soli valevano il prezzo di qualunque biglietto. La gente impazziva per loro. Erano i vessilli dello  Sport genuino e irripetibile di allora; eroi impavidi e generosi di un calcio che non c’è più ma che tutti quanti non possiamo non rimpiangere.

Claudio D’Aleo 

Foto dalla mia collezione del Guerin Sportivo

Commenti

  1. Mazzola era un numero 8 e Rivera un numero 10 e i tifosi amano di più il trequartista.

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    1. Vero. Oggi Mazzola sarebbe una mezzala di regia. Rivera invece il classico trequartista. Tutti e due faticherebbero.

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  2. Ne ho sentito parlare per tutta la vita ma io sono nata molto dopo e, appunto, lo conosco solo di fama.
    Buona giornata.

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    1. E' ancora molto famoso, perché è un opinionista molto apprezzato :)

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  3. Viva i'bbaffi, il lavoro e la libertà!
    Ritorneranno!

    Detto à la Vanni 😝

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    1. ahahah, la moda del 2020 saranno i baffoni agli anni '80!

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    2. Però voglio il merito per averli riportati in auge! 😎😂

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    3. Dobbiamo tagliarli..lo hanno detto i virologi..per non avere problemi con la mascherina ahaha

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  4. Risposte
    1. E anche una bravissima persona, il buon Sandrino :)

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