Ritratti: Paolo Rossi, il fuoriclasse che inventò se stesso (di Claudio D'Aleo)


Paolo Rossi è nato a Prato il 23 settembre del 1956. Alto 174 cm. pesava 67 kg. Ha giocato, tra l’altro, nel Como, nel Vicenza, nel Perugia, nella Juventus e nel Milan. In particolare ha “brillato” nel Lanerossi Vicenza di “Giussy” Farina (dal 1976 al 1979. 60 reti in 94 presenze). Il “mito” di Paolo Rossi iniziò a “edificarsi” proprio in maglia biancorossa. “Pablito” si è poi contraddistinto nel Perugia (dal 1979 al 1980. 13 reti in 28 partite); nella Juventus (dal 1981 al 1985. 24 reti in 83 partite) e nel Milan dove ha segnato 2 reti in 20 partite. Con la Juventus ha vinto tutto: 2 Scudetti (1981-1982 e 1983-1984); 1 Coppa Italia (1982-1983); 1 Coppa delle Coppe (1983-1984); 1 Super Coppa Uefa (1984); 1 Coppa dei Campioni (1984-1985). Ha vinto  pure il Pallone d’oro con la Juventus nel 1982 (secondo italiano a vincerlo subito dopo Gianni Rivera) e si è laureato Campione del Mondo con la Nazionale italiana in Spagna nel 1982. Rossi segnò una memorabile tripletta al Brasile e fu il capocannoniere di quel Torneo con 6 reti davanti al Campione tedesco Karl Heinze Rummenigge (fermatosi a quota 5).


La sua fu una carriera leggendaria “macchiata” e “segnata” solo dal “primo” calcio scommesse. La prima “tragedia” calcistica degli anni 1980.  Rossi è stato l’“anti centravanti” per antonomasia. Come “anti centravanti”, credeteci, è stato tra i più forti e risoluti che la Storia del Calcio nazionale e internazionale abbia mai contemplato. Rossi ha scritto pagine meravigliose di calcio e di sport. Esile, non altissimo, quasi “gracile” ma al contempo parecchio problematico da buttare giù per via della sua proverbiale agilità, Rossi detto “Pablito”, ha segnato valanghe di gol a ridosso di quegli anni. In area di rigore era micidiale. Più che una sentenza. Il suo “gioco”di gambe lasciava “basiti”. Di testa e in elevazione non era gran che. Tutt’altro. Palla a terra non aveva rivali. Abile con entrambi e piedi, si materializzava quando meno te l’aspettavi e faceva gol. Né più né meno che un “avvoltoio”. Appena lo “perdevi”, ti castigava. Implacabile, feroce. Lui i “dribbling” te li faceva “temere” prima ancora che “subire”. Nel breve ti metteva a sedere. Eri talmente atterrito dall’idea che lui ti dribblasse o comunque ti “puntasse” che quasi desideravi subire  prima possibile quel dribbling o quella serpentina considerandola, tra tutte, la pena minore tra le altre che avresti potuto subire. L’essere deriso dai tifosi avversari, ad esempio.


Paolo Rossi non era Boninsegna e neppure Riva o Chinaglia. Il suo “gioco” ricordava Sivori ma a differenza del fuoriclasse argentino lui, il Pablito nazionale, non ti dribblava per il gusto di farti sedere per terra o irriderti, ma solo per la bramosia di fare gol. Il difensore era l’ostacolo tra lui e il gol. Doveva “saltarlo”. Punto e basta. Rossi viveva per il gol. Per lui il gol era tutto. Quasi una ossessione. E non potendolo ottenere con la forza “bruta” di un qualsiasi centravanti di sfondamento di quei tempi lui, il gol, se lo guadagnava passo dopo passo, dribbling dopo dribbling, serpentina dopo serpentina. Era una volpe. In velocità non lo prendevi più. Astuto e cattivo quanto bastava, più simile al primo Anastasi, elesse in seguito Pippo Inzaghi suo più “vicino” e risoluto “erede”. Almeno per quel che riguardava la fame di gol. Rossi era l’agilità fatta calciatore. In lui la “classe” dominava. Era un tutt’uno con la sua idea di calcio, di attaccante “atipico”. Non era un acrobata e neppure un Marcantonio. Lui era solo Paolo Rossi. Ben presto divenne una Stella di quel “firmamento” calcistico.


Paolo Rossi fu un fuoriclasse, specie il Rossi del Lanerossi Vicenza la “mitica” squadra del Giussy Farina e Giovan Battista Fabbri arrivata seconda nel Campionato 1977-1978 dietro la Juventus Campione d’Italia. Per Paolo Rossi G.B. Fabbri fu un padre. Un po’ come Nereo Rocco lo fu per Rivera o Manlio Scopigno per Gigi Riva. Rossi non “correva”. Rossi “sgattaiolava". Uno spettacolo vederlo disimpegnarsi tra le maglie delle difese avversarie. Scartava il suo avversario, possibilmente anche il portiere e adagiava la palla in rete. Senza forzare, così, con dolcezza. Oseremmo dire con “naturalezza”. Nei sedici metri non aveva rivali. Non decideva lui il da farsi, ma la natura,  il suo enorme talento. Quel talento era così genuino e “perfettibile” che non era possibile a nessun umano, men che meno a lui, allo stesso Paolo Rossi, arginarlo o impedirne l’ inevitabile, imprescindibile ascesa. Rossi esaltava se stesso attraverso il gol. Laddove non poteva il talento, sopperiva l’istinto. Talvolta dopo un gol o dopo un’azione travolgente delle sue, quasi si fermava attonito prima di esultare. Guardava verso la panchina come a dire: “ma davvero ho segnato io quel gol?”.


Pablito  non spaccava le reti. Non aveva un tiro potente. No. Lui la rete la gonfiava con la delicatezza e la precisione millimetrica dei suoi tiri. I suoi palloni sembravano di velluto.  La rete aspettava quei tiri come un calamaio aspetta la sua penna. C’era un dialogo naturale, importante e continuo tra lui, la porta avversaria e la palla. Tra lui e il gol. Un’alchimia particolare, mai vista in nessun altro attaccante di prestigio prima, durante e dopo Paolo Rossi. Un qualcosa di istintivo e di romanzesco al contempo muoveva quel magnifico calciatore. Rossi non è mai stato un centravanti di manovra e neppure un centravanti di sfondamento. Non è mai stato un centravanti. Questo stupisce e ha sempre stupito quanti ebbero la fortuna di ammirarne le “epiche” gesta. Abbiamo visto giocare tanti grandi attaccanti ma mai nessuno fu “strutturato” come Paolo Rossi.


Centravanti di “numero” e di “score” ma mai di fatto. Men che meno fisicamente.  Rossi fu talmente grande da essere riuscito a inventare se stesso e il suo ruolo. Segnava tanto e segnava come un centravanti di razza, come un centravanti vero, senza mai esserlo. Il “primo” Rossi, quello antecedente allo scandalo delle scommesse, è stato un giocatore delizioso, imprevedibile e dalla classe cristallina. Bello da vedere, elegante, leggiadro. Una “libellula” con la maglia numero 9 appiccicata addosso. Un ballerino con le gambe da atleta. Il suo più grande antagonista fu certamente Bruno Giordano, aitante centravanti della Lazio prima e del Napoli poi. Giordano fu anch’egli una fuoriclasse delizioso, forte e potente come pochi. A differenza di Paolo Rossi fu però un attaccante che si costruì da sé attraverso il sacrificio, la cura di se stesso e lo “studio” dei grandi Campioni che accanto a lui o con lui giocavano e si esibivano. Rossi no. Rossi fu talento puro, istinto “selvaggio”. Un prodigio della natura. La giusta  “combinazione” tra dono di Dio, intelligenza calcistica e voglia di affermarsi. Oggi Paolo Rossi è apprezzato opinionista TV.

Claudio D'Aleo


Commenti

  1. Un fuoriclasse nell'area di rigore. La sua arma letale era l'anticipo.
    Quindi punta atipica non paragonabile e Inzaghi che giocava sul filo del fuorigioco.
    Al Milan ormai aveva perso lo scatto e praticamente era inutile.

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    1. Giusta questa differenza che rimarchi: Inzaghi scattava sul filo del fuorigioco, Rossi anticipava il difensore sui cross e sui passaggi dei compagni. Entrambi però erano abili a infilarsi nelle mischie e a mettere il piede per il tocco vincente.

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  2. Ha una una storia che starebbe bene raccontata in un film o fumetto: l'esplosione, poi lo stop per il calcioscommesse, Bearzot che comunque sceglie lui per il mundial del 1982, e poi si sa com'è andata :)

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    1. Verissimo: ci vorrebbe il tocco del mitico Castaldi per raccontare a fumetti questa storia.
      In parte lo ha fatto Paolo Ongaro, sulle colonne del Guerin :)

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  3. Un grande attaccante, l'exploit ai mondiali in Spagna ci ha regalato la coppa del mondo.
    Saluti a presto.

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    1. Ha regalato una notte magica a tutti i tifosi italiani :), ciao Cav!

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  4. Credo che nella sua carriera e nei nostri occhi resti indelebile il ricordo del mondiale vinto nel 1982. A questo va unita la stagione al Vicenza. Persona a modo con un carattere che lo fa eccellere anche come opinionista competente quale lui è senza essere aggressivo e presuntuoso.

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    1. Come opinionista è un po' che non lo sento. Come calciatore non l'ho visto all'opera "dal vivo", ma ovviamente i gol segnati al mondiale 1982 l'hanno consegnato alla leggenda del calcio.

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  5. Per me ovviamente un mito, un attaccante puro, che tutte le squadre avrebbero voluto avere ;)

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    1. E' un mito anche per me, ma credo un po' per tutti gli sportivi e non solo per quel mondiale al quale ha dato un grande contributo :)

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  6. Lui me lo ricordo di nome ma anche il volto mi è del tutto sconosciuto.

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    1. Per chi c'era in quell'estate (e non era un bimbo piccolissimo) è stato un eroe visto che ha regalato all'Italia un mondiale dopo tantissimi anni (dal 1938 l'Italia non vinceva il mondiale)

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  7. Bellissimo ritratto ma attendo con ansia quello del mitico e immenso "Roberto Baggio"

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    1. Caspita, ancora non abbiamo in programmazione ritratti su Baggio.
      Ma verrà sicuramente pubblicato in futuro :)

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