Ritratti: Savicevic, il genio venuto fuori dalla lampada di Berlusconi (di Claudio D'Aleo)


Dejan Savicevic ha incantato le platee calcistiche di mezzo Mondo per almeno 19 anni. Nato a Titograd, in Montenegro, il 15 settembre del 1966, era alto 181 cm. e pesava 68 kg. Ritenuto il miglior calciatore montenegrino di sempre, Savicevic ha lasciato il “segno” tra i ricordi dei tifosi milanisti (e non solo tra quelli) per la genialità e l’eleganza che ne hanno contraddistinto le “giocate” e le incantevoli “movenze”.

Il Fuoriclasse e il suo destino

In lui “genio” e “sregolatezza” si univano al “bacio” in un percorso alchemico tribolato e privo di punti di riferimento. Dejan sembrava provenire da una “lampada”, proprio come il genio “ribelle” di Aladino. Non a caso Savicevic fu a tratti “immarcabile”. Lui era “pensiero” prima ancora che “azione”. Era “prosa” e “poesia”, pittura e “contorsione” romantica. Non fu mai “azione” fine a se stessa bensì talento calcistico raffinato e artista “irrequieto” e “scarmigliato” del rettangolo di gioco. Ambasciatore sublime e incontrastato di tutto quello che di meravigliosamente sentimentale, anarchico e innaturale il calcio possa ancora oggi esprimere e trasmettere. In lui incontravi di tutto: dal “tocco” di palla felpato e quasi vellutato al baricentro basso; dal dribbling ubriacante agli spazi “vitali” che… spesso si ritagliava tra un’azione e l’altra per farsi i cavoli propri e estraniarsi dal gioco. Lui era così. Prendere o lasciare. Mai “lottatore” solo ambasciatore del “fino”. Portava il 10 sulle spalle, il numero dei grandi Fuoriclasse. Giocava solo quando “decideva” di farlo. Voglia e apatia in lui conflissero sempre. Ricondurre il suo “vivere” il calcio ad un numero di maglia potrebbe sembrare riduttivo e privo di ogni fondamento dialettico. In lui il “tutto” e il “nulla” si mescolavano spesso. Nelle giornate di “grazia” tutto questo lo rendeva pressochè “incontrollabile” specie se abbinato alla visione di gioco rara ed elastica. Tutto quello che in campo faceva e pensava riportava a un “dono”; a quel dono che il buon Dio gli diede alla nascita e che ne ha fatto, indiscutibilmente, in quegli anni, uno dei Fuoriclasse più prestigiosi e importanti della Storia del Milan e del calcio mondiale.

Savicevic in una delle gare più belle della sua carriera, a Bari

Per molti analisti fu “emulo” di James Ensor” famoso pittore belga vissuto nel 1860 e fino al 1949. Ensor fu un intellettuale anarchico ed  eccentrico che amò così tanto solitudine e inquietudine da definirle “compagne basilari di ogni esperienza riconducibile all’arte”. Guarda caso il “miscuglio” emotivo e interiore che probabilmente animò Savicevic dall’inizio alla fine della sua carriera. L’arte è la manifestazione dell’estro creativo dell’uomo, rappresentazione del sé e della propria anima. Dejan Savicevic fu un grande artista del pallone e cantore di gesta sportive deliziose e indimenticabili. 

Gol di Savicevic al Bari

Il calciatore “inarrivabile”  

Interno, trequartista, regista, mezzapunta; talvolta attaccante vero e proprio. Savicevic è stato impiegato anche nel ruolo di esterno di centrocampo senza però mai gradirlo. Lui era il calcio. Era istinto, conflitto emotivo, anarchia. Non potevi attribuirgli né compiti né spartiti. Se volevi trarre il massimo da lui dovevi solo lasciarlo libero di sprigionare la sua grande classe. Fantasista dall’incedere dinoccolato, ribelle e talentuoso, mancino di piede e abile nel fornire assist per i compagni, era specializzato in grandi giocate e “aperture” di gioco ubriacanti. Dotato anche sul piano atletico, per la sua notevole imprevedibilità e fantasia fu soprannominato “Il Genio”. Calciatore dal carattere controverso, poco incline al rispetto delle regole tattiche e discontinuo nel rendimento, spesso gli fu rimproverata una scarsa attitudine alla fase difensiva. Né poteva essere altrimenti. Non puoi chiedere a un “genio” di trasformarsi in “operaio”. Non lo fu Rivera e non lo fu Schiaffino;  men che meno lo furono Platini, Cruyff, Pelè e Maradona. Impossibile lo fosse Savicevic.

Savicevic in maglia rossonera

Dejan finiva spesso “giù” perché non c’erano altri modi per fermarlo. Nelle giornate in cui non era in vena potevi anche lasciarlo da solo senza marcature particolari, tanto si “incartava” e marcava da sé. Il montenegrino ha giocato nel Milan dal 1992 al 1998, collezionando 144 presenze e 34 gol. Ha posto fine alla sua carriera da calciatore nel 2001. Col Milan ha vinto 3 Scudetti (1992-1993; 1993-1994; 1995-1996); 3 Supercoppe italiane (1992,1993,1994); 1 Supercoppa Uefa (1994); 1 Coppa dei Campioni Champions League (1993-1994).

Savicevic contro l'Arsenal in Supercoppa Europea

La magia di un incontro

Savićević si legò al Milan nel 1992, quando il presidente Silvio Berlusconi, “travolto”  dalle sontuose prestazioni del Fuoriclasse, decise di prelevarlo, per la cifra di 10 miliardi di Lire, dalla Stella Rossa di Belgrado, regalandolo al mister rossonero Fabio Capello. Berlusconi stravedeva per Savicevic. Ne rimase incantato. Stravedeva a tal punto che senza il “genio” in campo per lui non poteva esserci “calcio”, partita. Nelle 144 gare disputate in rossonero, Savićević ha segnato ben 34 gol di cui, nella memoria dei calciofili del secolo scorso, resterà per sempre impresso quello di Atene, rifilato in finale di Coppa Campioni al Barcellona di Cruyff il 18 maggio del 1994. Il pallonetto con il quale Savicevic ha scavalcato Zubizarreta appena giunto sulla destra dell’area di rigore “blaugrana” per il momentaneo 3-0 rossonero, divenne, infatti, il gesto iconico del calcio di quegli anni (un po’ come l’esultanza di Tardelli nel mondiale in Spagna nel 1982 o la testata di Zidane a Materazzi nel Mondiale in Germania del 2006).

Savicevic alza la Champions League

Dejan Savicevic rimane uno dei giocatori più forti della storia del Milan e della ex Jugoslavia. Il “genio” ha emozionato folle, ha fatto battere le mani a tifosi e avversari di ogni dove per le giocate di fino che tirava fuori dal nulla e, soprattutto, rendeva facili le cose difficili. Quella magica notte ad Atene verrà ricordata anche per come la visse l’immenso e indimenticato Johan Cruyff allora allenatore di quel Barcellona. Quello sguardo impietrito, incredulo, ripreso dalle telecamere di tutto il mondo, rimase impresso nella memoria di tutti coloro i quali videro quella partita e amarono Savicevic, e la disse lunga sullo stato d’animo del tecnico olandese che mai e poi mai si sarebbe aspettato quel Milan, quel risultato e, soprattutto, quel fantastico numero 10.  Dejan non fu mai né Maradona, né Cruyff; non vinse mai il Pallone d’oro e non segnò mai tanti gol; non eccelleva nel gioco aereo e non era dotato di un calcio fortissimo, né da “fermo”, né in “corsa; non fu mai “leader” e neppure “operaio”.  Fu “soltanto” Dejan Savicevic, Fuoriclasse “ribelle, discontinuo, indimenticabile.  

Claudio D’Aleo  

Commenti

  1. Un calciatore particolare, un fuoriclasse straordinario.
    La penna di Claudio è magica.

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    1. Giro a Claudio il tuo bellissimo commento.
      Gli farà molto piacere! Grazie Gus

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  2. Me lo ricordo.
    Papà me ne parlava spesso.

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    1. Van Basten si è fatto male nel 1993, Savicevic è stato così per qualche anno il fuoriclasse più luminoso del nostro reparto offensivo.

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  3. Tecnicamente incredibile, ma talvolta sembrava giocasse in ciabatte.

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    1. Davvero, se fosse stato meno indolente...
      Oggi invece anche giocando in ciabatte sarebbe un fenomeno nel Milan XD

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