Ritratti: Romeo Benetti, il muro (di Claudio D'Aleo)


Le origini

Romeo Benetti è stato il primo vero “carro armato” della nostra storia pallonara. Una fortuna per Club e tifosi che abbia dato il meglio di sé nel Milan e, successivamente, nella Juventus. Benetti era tanto “piantato” sulle sue possenti gambe quanto abile e spregiudicato nell’interpretare il suo ruolo. Era un mediano con licenza di “costruire”. Quelle gambe parevano di granito. Erano il giusto “contorno” ad uno sguardo che nessun “colore” di guerra avrebbe potuto rendere più impavido e più fiero. Benetti non cadeva quasi mai a terra. Sembrava indistruttibile. Nessuno è mai riuscito veramente a buttarlo giù. Benetti a terra faceva cadere gli altri. Era un muro. “Arava” il campo in lungo e in largo con una classe, una forza ed una compostezza esemplari. Non temeva niente e nessuno. Forse solo se stesso, leggasi la sua proverbiale irruenza. Se Rivera è diventato il grande Fuoriclasse che tutti quanti sappiamo e ricordiamo, un giusto riconoscimento bisogna attribuirlo anche a Benetti che gli consentiva di sprigionare tutta la sua classe e la sua eleganza “proteggendolo” dagli “accerchiamenti” altrui e “esonerandolo” da ogni compito di marcatura. Benetti era il “due fasi” che oggi tanto si cerca in un centrocampista. Potremmo definirlo il “Rijkaard” degli anni ’70 pur con i dovuti, necessari, distinguo. Frankie era più dotato tecnicamente e più “leggero” del Romeo rossonero. Aveva più classe. Rijkaard poteva esprimersi anche da centrale difensivo. Benetti non avrebbe mai potuto cimentarsi in quel ruolo. Non era da lui coprire quegli spazi o rincorrere l ‘attaccante avversario. Lui amava immergersi “testa e piedi” in ogni manovra. Fortissimo davanti alla difesa, fortissimo nella costruzione del gioco Romeo interrompeva l’azione d’attacco e ripartiva costruendo la propria. Duro in campo, dolce nella vita fuori dal rettangolo di gioco. Benetti era un professionista esemplare. Educato e gentile come pochi dedicava il suo tempo libero ai canarini, la sua vera passione “post” calcio. Si stima che ne abbia allevati almeno 200. Ciò che stupiva in lui non era solo la forza proverbiale che esprimeva nei contrasti, quanto la classe e la visione di gioco tipiche del grande centrocampista nonostante gli sforzi compiuti in marcatura, qualità che ne fecero, negli anni ‘70, sia nel Milan che nella Juventus ed anche in Nazionale, un “frangiflutti” insuperabile.

Il dramma

Il 10 gennaio 1971 il Milan capoclassifica riceve il Bologna a San Siro. Al quindicesi­mo del primo tempo va in scena il dramma. Benetti entra in evidente ri­tardo su Liguori, colpendolo dall’alto in basso sul ginocchio destro. Il giocatore felsineo si contorce dal do­lore, viene portato in barella nel­lo spogliatoio e medicato. Le condizioni del­la sua articolazione appaiono subito molto gravi. Il panico e lo sconforto timbrano la Scala del calcio e “macchiano” in modo indelebile la carriera del mediano rossonero. Benetti non era affatto cattivo. Era un “signore”. Sta di fatto che Liguori viene ricoverato a Villa Erbosa e subito operato a causa della estrema gravità della situazione: la carriera da quel momento in poi sarà in forte pericolo. Liguori non sarà mai più lo stesso calciatore di prima. Benetti sarà ricordato anche per quel tragico episodio. 

Dai successi al Milan alla “sublimazione” in bianconero

Il forte centrocampista rossonero è nato ad Albaredo d’Adda il 20 ottobre del 1945. Alto 175 cm. pesava 73 kg. Ha abbandonato il calcio giocato nel 1981 per dedicarsi alla carriera da allenatore prima (terminata nel 1987) e opinionista TV, dopo. Era un centrocampista grintosissimo, coraggioso, dallo spiccato senso tattico e con una buona visione di gioco. Stupiva, in lui, il rendimento costante e volitivo. Era un trattore. Usciva dai contrasti quasi sempre vittorioso e, palla al piede, era abile ad impostare con rapidità la manovra offensiva. Godeva di una più che buona visione di gioco. Reggeva la posizione come un Gladiatore e illuminava il gioco con la sue proverbiali “aperture”. Rasoiate autentiche. Gli avversari contavano fino a 10 prima di provocarlo. Il Muro incuteva “timore” riverenziale; pretendeva il massimo rispetto da tutti perchè lui per primo rispettava tutti. I compagni stravedevano per lui. In campo quasi si “rifugiavano” nei suoi spazi, nel suo “divenire”, nel suo essere Muro. Tatticamente ineccepibile, quando si presentava in prossimità dell’area di rigore non esitava nel battere a rete. Era dotato di un tiro fortissimo e preciso, capace in più occasioni di risolvere la partita. A Milano Romeo rimase a lungo, divenendo un perno basilare per il Milan. In sei stagioni firmò 170 gettoni di presenza conditi da 32 reti e vinse per due volte la Coppa Italia (1972 e 1973) e soprattutto la Coppa delle Coppe nel 1973. Nella combattutissima finale di Salonicco del 16 maggio vinta dal Milan per 1 a 0 contro il Leeds (rete di Chiarugi su punizione), Benetti fu un autentico “eroe” e insieme a Vecchi, Rivera, Prati, Bigon e, per l’appunto, Chiarugi fu protagonista di una gara memorabile. Qualche anno dopo, nel 1976, sul percorso Milano-Torino si verificò un clamoroso scambio di mercato: a Milano, sulla sponda rossonera, arrivava Fabio Capello e a Torino, su quella bianconera, approdava Romeo Benetti. 

La storia ci ha detto che l’affare lo fece tutto la Juventus, squadra nella quale il Muro ha militato (pure) dal 1968 al 1969 realizzando 24 presenze e 1 gol. "Alla frutta" giunse al Milan Fabio Capello che non fu mai più, in rossonero, il fenomenale centrocampista ammirato nella Juventus e in Nazionale. Alla corte di Berlusconi Capello fu invece un grande Manager e, successivamente, un grandissimo Allenatore. Dopo una breve parentesi nella Sampdoria (1969-1970; 27 presenze, 2 gol), Benetti passa al Milan e poi alla Juventus dove colleziona 83 presenze e 12 gol. Mentre tutti pensavano che la carriera del Muro fosse arrivata ormai al lumicino e che la Juventus avesse preso un grosso abbaglio, Benetti smentì tutti e visse in bianconero con l’altro gladiatore Boninsegna un ulteriore periodo dorato fatti di vittorie e di grandi successi. Benetti si impadronì ben presto del centrocampo bianconero e lo diresse in maniera magistrale fin tanto che vi giocò come ha sempre fatto ovunque si sia espresso.

Il canto del cigno 

In Nazionale Benetti gioca dal 1971 al 1980 (55 presenze, 2 reti), inanellando, anche in azzurro, prestazioni memorabili e successi straordinari Con il Milan ha vinto 5 Coppe Italia (1971-1972; 1972-1973; 1978-1979; 1979-1980; 1980-1981) e 1 Coppa delle Coppe (1972-1973). Con la Juventus 2 Scudetti (1976-1977; 1977-1978) e 1 Coppa Uefa (1976-1977). Ovunque sia andato ha sempre lasciato ricordi bellissimi. In Nazionale si è classificato al quarto posto al Mondiale in Argentina nel 1978.


Commenti

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